REIKI INFO presenta interessanti articoli del prof Corrado Malanga:
il massimo esperto mondiale di interferenza aliena (ufo abduction)

una revisione
della realta'

Ovvero: gli Asini volano?

di CORRADO MALANGA

 

Parte Prima:

introduzione a una revisione della realta'

 

In una serie di lavori precedenti (vedere note finali) ho considerato, partendo da una visione strutturale dell’Universo di tipo geometrico-archetipico, le teorie di Bohm e di Pribram. Fisico quantistico il primo e neurofisiologo l’altro, questi due pensatori hanno creduto di poter dimostrare, ed in parte lo hanno sicuramente fatto, che l’Universo è un immenso ologramma dove ogni singola parte contiene le informazioni del Tutto. Non solo: come un immenso ologramma, il nostro Universo sarebbe così solo perché ci appare così.

La sua vera natura sarebbe però non locale, vale a dire che, non esistendo né tempo né spazio, tutto accadrebbe nello stesso istante e nello stesso luogo. Questa è la spiegazione che il fisico teorico Alain Aspect avrebbe ottenuto studiando il modo in cui due fotoni posti ad anni luce di distanza tra loro possono interagire. Aspect ha dimostrato che i due fotoni si scambiano le informazioni a tempo zero e le possibilità di interpretare questo dato sono solo due: o i due fotoni sono la stessa cosa, oppure non acquisiscono informazioni attraverso lo spazio-tempo. Infatti se le informazioni tra i due fotoni passassero attraverso il piano spazio-temporale, esse viaggerebbero alla velocità della luce e non arriverebbero immediatamente, come in realtà accade.

Dunque o la storia della velocità della luce come limite massimo è una balla colossale, oppure non esiste lo spazio-tempo, almeno nel modo in cui noi lo concepiamo.

Proprio in questi ultimi anni, mentre la teoria della piegatura dello spazio-tempo formulata da Einstein vacilla clamorosamente e mentre si scopre che, oltre all’energia, anche lo spazio - e di conseguenza il tempo - sarebbero quantizzati, mai come ora, dicevo, abbiamo bisogno di una visione unificatrice che ci permetta di comprendere com’è fatto lo scatolone che ci contiene e che chiamiamo Universo. In fondo si tratta di comprendere l’Universo anche da un punto di vista filosofico. Questo Universo è forse una prigione da cui non si può uscire, che un Creatore, più o meno consapevolmente, avrebbe creato per divertirsi a guardarci dentro come in un televisore, oppure rappresenta una creazione della mente umana, un’infinita visione onirica dalla quale, se si fosse consapevoli, si potrebbe uscire smettendo di sognare?

Il che significa, in altre parole: quale peso dobbiamo dare alle varie teorie cosmogoniche che ci propina la scienza, a paragone con le filosofie cosmogoniche orientali? Chi scrive ritiene di poter asserire che questo non è un problema qualsiasi, ma è l’unico vero problema dell’Uomo. A seconda della risposta che daremo a questo interrogativo il nostro atteggiamento verso l’Universo, verso il Creatore o verso un Dio super partes, prenderà un significato diverso. Qualunque significato troveremo, alla fine almeno sapremo se percepire l’Universo così come facciamo:
• È corretto.
• È conveniente da vivere.

Ed inoltre:
• Qual è la consistenza dei suoi occupanti.
• Qual è la consistenza di chi definiamo Creatore.
• Chi è Dio.

È infine evidente che non a tutti interessa ottenere risposte a queste domande. La Chiesa, in generale, ritiene che sulla Bibbia ci sia scritto che l’uomo ha più o meno seimila anni, come il cosmo in generale; dunque perché starsi a fare inutili domande alle quali Dio ci ha già fornito una risposta attraverso le sacre scritture? Chi scrive non ha nessuna intenzione di fare del sarcasmo attirando l’attenzione su di un’asserzione talmente insensata da suscitare ilarità, ma non ho mai sentito una smentita da parte del Santo Padre nei confronti delle dichiarazioni che possiamo ascoltare tutti i giorni dai microfoni di Radio Maria, la quale continua a sostenere la tesi della creazione avvenuta seimila anni fa, anche di fronte a prove scientifiche schiaccianti. Ne dobbiamo dunque dedurre che o il Vaticano non ritiene opportuno prestare la sua attenzione agli effetti che queste dichiarazioni possono provocare sui fedeli italiani, oppure che non ritiene assolutamente importante chiedersi chi siamo ai fini della chiarificazione della nostra posizione all’interno dell’Universo.

C’è, ovviamente, anche chi si chiede se il Vaticano, per caso, non abbia tutto l’interesse a tenere gli esseri umani nella più profonda ignoranza. La cosiddetta scienza tenta invece di dare una serie di risposte a queste domande, ma sembra che, salvo alcuni casi particolari, essa sia interessata al movimento delle cose e non allo studio delle coscienze, al contrario dell’atteggiamento della filosofia, la quale, invece, sembra attenta alla comprensione del funzionamento della coscienza umana, per poi non badare molto alla natura degli effetti fisici, che spesso tende a considerare come un aspetto del tutto marginale.

In questo contesto l‘ipotesi di un Universo olografico, che appare ai nostri occhi come un grande film nel quale si muovono tutti i personaggi, a loro volta in qualche modo fasulli, non piace alla Chiesa, che vedrebbe ridurre la figura di Dio a quella di un banale regista con grandi mezzi, ma sicuramente poco abile.

Non piace neppure alla scienza ufficiale, che ha fatto della “misurazione delle cose” il suo cavallo di battaglia, dover ammettere che non c’è un bel niente da misurare, perché è tutto finto.

Infine non piace neanche ai filosofi, i quali, dovrebbero ammettere di aver discusso, tra un’ipotesi e l’altra, per millenni sul sesso degli angeli. Ne sito dell’Osservatorio Astronomico di Arcetri, culla dell’astronomia italiana, c’è una pagina web in cui si discute brevemente delle teorie ritenute strampalate e non degne di considerazione: tra queste spicca la teoria dell’Universo olografico di Bohm. In essa Silvano Fuso (Chimico del Cicap), con l’aiuto di Gianni Comoretto (Astronomo di Arcetri), così si esprime:
“Forse definire pseudoscientifica la teoria di Bohm è eccessivo. In effetti essa ha una sua coerenza logica, un'elegante veste matematica ed è perfettamente compatibile con le evidenze sperimentali. La critica che si può rivolgere a tale teoria è di essere un tantino metafisica. In pratica ipotizza l'esistenza di qualche cosa di cui non esiste alcuna evidenza empirica e che, francamente, non è neppure necessario ipotizzare”.

Nasce così l’idea che “Ogni bodda ami il suo boddicchio”. In altre parole “Ogni scarrafone è bello a mamma soia”, e da Livorno a Napoli una cosa diventa chiara: l’uomo vede solo quello che vuol vedere e come lo vuole vedere.

Il fotone è una farfalla? Questa non è solamente un’affermazione popolare, ma una considerazione scientifico/filosofica degli ultimi anni. In un altro mio lavoro mettevo in discussione l’approccio che le diverse “fisiche contemporanee” hanno nel descrivere il fotone. Il fotone può forse rispondere, almeno in parte, ad alcune domande.

Il fotone non fa quello che vorrebbero i fisici, ma fa quello che gli pare. In altre parole a volte si comporta da particella ed a volte da onda. Nei casi in cui si comporta da particella si comporta sempre da particella e nei casi in cui si comporta da onda, si comporta sempre da onda, dunque non è neanche del tutto vero che fa quello che gli pare, ma forse ci sono delle leggi fisiche, non ancora identificate, che regolano la natura duplice del fotone.

(per una animazione sul fenomeno che stiamo descrivendo vedere questo interessante link: http://www.youtube.com/watch?v=afMw8jb96Uk) O forse non sarà più corretto dire che non sappiamo cosa sia il fotone, ma che a volte esso ci APPARE come una particella ed a volte come un’onda?

In fondo i Buddisti ritengono che l’Universo sia una Maya (magia) attraverso la quale le cose acquistano aspetti differenti.

Il fisico Fabrizio Coppola (http://www.segreto.net/segreto/autore.htm) sembra volerci dire che, se si tiene di conto dei recenti sviluppi della fisica quantistica, la realtà si manifesta tutti i giorni come il rapporto tra un osservabile ed un osservatore, e fin qui nulla di nuovo. Purtroppo, però, quando si cerca di osservare meglio l’osservabile si scopre che esso ci rimanda di sé un’immagine alterata rispetto a quella che “dovrebbe avere”, come se l’osservabile non volesse svelare fino in fondo i suoi segreti, non volesse essere osservato o... svelato.

Questo tipo di approccio, che considera l’osservabile da un punto di vista animistico, non piace né ai fisici né ai religiosi, ma forse solo ai filosofi ed ha avuto, fino ad oggi, scarso successo. I fisici amano dire che, quando si va nel mondo del microscopico, la materia, che normalmente ci appare continua, diviene quantizzata e le misure che si dovrebbero fare su piccole parti di materia sono talmente devastanti da alterare la stessa porzione di materia che stiamo osservando.

Tutto ciò è stato abbondantemente, fermamente, ragionevolmente calcolato da Heisenberg e prende il nome di “principio d’indeterminazione”. Va subito detto che nella nostra fisica esistono dei cosiddetti “principi generali” che possono essere dimostrati solo per quanto riguarda la loro essenza ma, essendo principi, da essi si può partire per dimostrare tutto il resto, tranne che per dimostrare perché esistono. È così e basta!

Certo la Chiesa sostiene proprio che dentro la imperscutabilità di Dio esiste la risposta che agli uomini non sarà mai dato di conoscere. I fisici ritengono, invece, che quelle misure non possono essere fatte perché non esisteranno mai strumenti in grado di farne di così precise ma, se per un attimo, analizzassimo le cose dal punto di vista di Bohm, ci accorgeremmo che abbiamo a disposizione un altro tipo di risposta. Infatti se l’Universo fosse realmente olografico, lo spazio-tempo sarebbe percepito, ma non sarebbe reale. Tutto accadrebbe dunque nel medesimo momento.

Quando si cercasse di osservare qualcosa, tra l’osservatore e l’osservabile esisterebbe una differenza di spazio e di tempo ma, via via che si cercasse di capire come stanno le cose, si tenterebbe di fare misure più precise e ci si avvicinerebbe, in un certo senso, allo spazio ed al tempo dell’osservabile. Questo è, in realtà, ciò che si tenta di fare con le apparecchiature più precise. Se in scala macroscopica non ci si accorge quasi di nulla, in scala submicroscopica l’osservabile si confonde con l’osservatore e tutti e due divengono la stessa cosa.

Direi che il circuito va in risonanza, in una sorta di “effetto Larsen” per generare il quale un microfono viene messo davanti ad un altoparlante. Il risultato è quello di amplificare il suono che il microfono capta e passarlo all’altoparlante che lo emette, poi il microfono lo capta nuovamente ed il suono captato viene ancora amplificato e rimandato all’altoparlante in una ripetizione infinta. Si sentirà un forte fischio, decisamente fastidioso, che nulla ha a che fare con suoni reali dell’ambiente. Quando si cerca di osservare bene il mondo submicroscopico, altro non si fa che osservare se stessi, poiché l’Universo olografico di Bohm non è locale, cioè esiste tutto in un solo luogo ed in un solo tempo o, per meglio dire, al di fuori dello spazio e del tempo.

Coppola fa sua un’interessante osservazione che deriva dalla visione buddica della Maya: egli sostiene che la cattiva percezione delle cose del mondo non è dovuta né all’errore che si commette quando si fanno misure precise (lo sbarramento di Heisenberg) né, tanto meno, al fatto che Dio non voglia far scoprire i propri trucchi (lo sbarramento dei Misteri della Chiesa), ma dipende semplicemente dal tipo di coscienza che abbiamo del fenomeno che stiamo osservando.

In altre parole se non capisci che stai osservando te stesso, non vedrai te stesso nel fotone che osservi, perché tu credi di essere come ti vedi e ti percepisci tutti i giorni, mentre sei un’altra cosa al di fuori dello spazio-tempo.

Senza una coscienza adeguata, nel guardare un fotone non ti renderesti conto né di guardare te stesso né, tanto meno, di conoscere come sei fatto, e la confusione sarebbe infinita. Ma se applichiamo questo concetto anche alla qualità dell’informazione, e non solo alla sua quantità, possiamo, con questo tipo di ottica, capire anche perché mezzo mondo vede i fotoni come particelle e l’altro mezzo mondo li vede come onde, pur in condizioni rigorosamente, scientificamente, controllate e “misurate”.

Se credo fermamente che il fotone sia una particella, preparerò esperienze che tenderanno ad evidenziarne questa caratteristica; ma se ho la profonda convinzione che il fotone non è una particella, bensì un’onda, allora preparerò esperienze che evidenzieranno questo aspetto della sua realtà.

Si potrebbe affermare, quindi, che se io sono profondamente convinto che il fotone sia una farfalla, costruirò un esperimento che, prima o poi, me lo mostrerà come tale. Dunque l’osservabile, in un mondo totalmente virtuale, si presenterebbe a me non come esso è, ma come io credo fermamente che sia, o meglio, e ancor più precisamente, a seconda della coscienza che ho di esso. Man mano che la mia coscienza aumenta, il fotone mi apparirà sempre più simile a quello che, nella sua virtualità, esso è realmente. Questo non accade solo con i fotoni, ma con tutto ciò che si è sempre osservato.

La Programmazione Neuro Linguistica (PNL) mette in evidenza come esista una differenza sostanziale tra mappa e territorio, intendendo con “territorio” la realtà e con “mappa” la fotografia che i nostri sensi riescono a fare della realtà stessa. Se la nostra coscienza della realtà aumenta, anche la nostra fotografia diventa di migliore qualità e più dettagliata. Il territorio rimane sempre lo stesso, ma la mappa cambia nel tempo. Guardando le vecchie fotografie di un album di famiglia avremo l’impressione che esse siano differenti da quando le abbiamo scattate, non perché siano invecchiate od ingiallite, ma per qualche altro strano motivo. Lo strano motivo è del tutto inconscio ed è dovuto al fatto che quando abbiamo scattato quella fotografia avevamo un tipo di coscienza che oggi, a distanza di tempo, si è evoluta. Dunque qualcosa dentro di noi ci farà fare considerazioni diverse sulla fotografia, rispetto a quelle che avremmo fatto quando l’abbiamo scattata.

La Programmazione Neuro Linguistica sbaglia nel ritenere che la mappa possa mutare. La mappa è comunque una visione del territorio: è la nostra percezione della mappa a cambiare, non la mappa, la quale, nello stesso istante in cui la si disegna, diventa parte integrante del territorio stesso. Qualcosa, nella Programmazione Neuro Linguistica, va affinato, così come va affinata la visione che la fisica ha della realtà. L’ipotesi dell’Universo virtuale ci può aiutare a riconsiderare certi paradigmi.

 

 

 

 

 

 

 

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