REIKI INFO presenta interessanti articoli del prof Corrado Malanga:
il massimo esperto mondiale di interferenza aliena (ufo abduction)

una revisione
della realta'

Ovvero: gli Asini volano?

di CORRADO MALANGA

 

Parte Terza:

una revisione della pnl

 

Ciò che sto per dire non farà piacere agli esperti d PNL, ma li consiglio vivamente di prendere in considerazione i miei discorsi, almeno fino alla fine di questo lavoro. Dunque, se vogliamo mantenere ben salda la definizione di territorio come realtà e di mappa del territorio come immagine della realtà, dobbiamo dire, da questo momento in poi, che la realtà, cioè il territorio, è legata solamente all’asse della coscienza che è, è stata e sarà immutabile.

La mappa altro non sarebbe che la componente virtuale del tutto, cioè lo spazio, il tempo e l’energia.

Sembra che per la PNL non cambi nulla, ma scopriremo presto che il cambiamento è profondo. Se le componenti dell’uomo sono mente, corpo, anima e spirito, quando andiamo a riprogrammarle, da un punto di vista neurolinguistico, ci dobbiamo concentrare solo sulle componenti riprogrammabili, che sono solo quelle virtuali, e dobbiamo ammettere che non è possibile nessuna riprogrammazione della componente reale, quella della coscienza.

Facciamo un esempio. Se in ipnosi profonda vogliamo riprogrammare la componente animica di una persona per convincerla ad intervenire modificando qualcosa del proprio Sé, dobbiamo riprogrammare solo il suo spazio e la sua energia, non avendo essa il tempo. Non proviamo a riprogrammare l’asse della coscienza, perché otterremmo un fallimento totale.

Alieni o Demoni, scritto da Corrado Malanga, Edizioni Chiaraluna.

Un esempio di riprogrammazione animica è riportato in: “Alieni e Demoni” di Corrado Malanga, Ed. Chiaraluna ed in questa sede non è il caso di approfondire il problema, che però dovrebbe apparire chiaro ai neurolinguisti.

Analogamente, mentre il corpo può essere completamente riprogrammabile, la mente può essere solo riprogrammata nello spazio e nel tempo, mentre lo spirito può esserlo solo nel tempo e nell’energia.

Finora, quando il programmatore neurolinguista affrontava un problema legato alla riprogrammazione, non faceva differenze di questo tipo e tentava di riprogrammare il tutto intendendolo come “cervello del soggetto”, considerato spesso come un meccanismo non funzionante.

Il successo di questa operazione era dovuto solamente al fatto che il cervello contiene esclusivamente componenti virtuali ed è quindi riprogrammabile, essendo una parte del corpo fisico. Ma quando si tenta di riprogrammare un’Anima od una Mente, la riprogrammazione deve avvenire con i canoni della PNL, ma nell’ambito dei soli assi o componenti virtuali esistenti. Per esempio, voler riprogrammare Anima con concetti temporali non ha alcun senso, così come non lo ha voler riprogrammare la Mente con concetti legati all’energia o lo Spirito con esempi che parlano dello spazio.

La riprogrammazione assume il vecchio significato di fruizione di nuovi dati. Se voglio riprogrammare un’Anima a farle fare qualcosa che all’inizio essa non ha nessuna voglia di fare, devo fornirle dei dati in più, devo, cioè, farle leggere tutti i dati di un determinato evento nel futuro possibile, dati ai quali la componente animica ha dimostrato di poter accedere immediatamente. Poi, con i nuovi dati alla mano, si chiede ad Anima se vuole mantenere il suo atteggiamento o se desidera cambiarlo. A quel punto, Anima ha una visione della sua mappa differente e più coerente e può prendere la sua decisione con maggior cognizione di causa, solo perché vede quella porzione di Universo in un modo più cosciente di prima.

Va tenuto conto che questi tipi di riprogrammazione sono possibili soltanto in uno stato di ipnosi profondissima, quando le quattro componenti umane sono distaccate tra loro e non sembrano interferire l’una con l’altra. Il riprogrammatore non deve fare niente, se non aggiungere dati. L’atto di volontà è solamente ed esclusivamente della componente coscienziale. È l’Anima “malata” che, se vuole, può guarire: il riprogrammatore le dice solo come fare, se lo vuol fare.

Revisione della Fisica

Fino a questo momento sono convinto di non aver scalfito nemmeno un po’ l’idea che i fisici hanno della loro fisica. Ho parlato, infatti, di cose di cui ho già detto, alle quali la fisica non si interessa poiché crede che non esistano in quanto non misurabili. Esiste, però, un modo per attirare l’attenzione dei fisici e per farli anche andare fuori dai gangheri. Non si tratta, come erroneamente si può pensare, di dir loro che le misure che hanno eseguito fino ad oggi sono sbagliate: non sarebbe né giusto né onesto. Questo atteggiamento viene, invece, utilizzato dagli scienziati moderni contro gli ufologi ed è anche il motivo per cui ho smesso di tentare di dimostrare qualcosa ai fisici utilizzando algoritmi o misure. Essi ti diranno sempre che hai sbagliato a misurare qualcosa e quindi i risultati e le interpretazioni delle tue misure sono errate.

È evidente che, con questa strategia alle spalle, non può essere neppure ammessa l’esistenza di una cosa che gli ufologi di Stato di oggi si sarebbero inventati di sana pianta: l’ufologia strumentale. L’ufologia strumentale è figlia del più vecchio ed obsoleto Sky Watching degli anni settanta e, con buona pace di tutti, non serve più a niente, se mai fosse servita a qualcosa.

No! La mia strategia sarà differente. Prenderò in considerazione le misure effettuate dagli scienziati, le riterrò vere, ma cercherò di spiegarle in un altro modo, concludendo che, anche se le loro misure sono esatte, oltre alle loro esistono altre interpretazioni possibili che, guarda caso, funzionano anche meglio per descrivere l’Universo. Dopo non sarà più possibile ammettere che l’idea di Universo olografico non dev’essere presa in considerazione.

Interazioni con la materia

Pare che i fotoni possiedano caratteristiche di onde, ma a volte anche di particelle. Ora io mi dico: o sono onde o sono particelle o sono una terza cosa, purché siano una cosa sola. L’incapacità di definire correttamente i fotoni nasce da un loro interessante comportamento che cercherò di spiegare nel seguito. Se si prende un fascio di fotoni (insomma un raggio di luce) e lo si proietta contro una barriera opaca con due piccoli fori, i fotoni passeranno per i due fori e, se dietro ai due buchi si mette uno schermo, si vedranno delle figure dette “di interferenza” le quali testimoniano che i fotoni si comportano come onde: se fossero particelle (come proiettili), sullo schermo produrrebbero, invece, solamente due punti luminosi.

Tutti i fotoni che non imboccano i due fori si “spiaccicherebbero” sulla parete senza poter raggiungere lo schermo. L’idea che un fotone possa essere un’onda sferica nasce dall’assimilazione del fotone con una sfera in espansione il cui volume è proporzionale alla probabilità di trovarci dentro il fotone stesso. Il fotone, dunque, non sarebbe più né qui né lì, ma sparso un po’ dappertutto, all’interno della sfera in espansione che ne descrive anche lo spostamento nello spazio. Il fotone non sarebbe un proiettile che va da qui a lì, ma, una volta sparato, sarebbe una sfera simile ad un palloncino che si gonfia sempre di più in tutte le direzioni. Il primo ostacolo che tocca il bordo del palloncino verrebbe illuminato dal fotone e tutte le altre probabilità di trovare il fotone all’interno della sfera prodotta dal fotone stesso verrebbero annientate in un sol colpo. Questo fenomeno, che prende il nome di “ammazzamento” del pacchetto d’onda, spiega il comportamento del fotone.

Ammettiamo che il fotone sia un’onda, però non è chiaro perché, quando il bordo dell’onda che costituisce la superficie del palloncino in espansione colpisce un ostacolo, non esistono più le probabilità che il fotone sia da un’altra parte. Ci si dovrebbe attendere che solo una parte del fotone colpisse l’ostacolo e che il bersaglio venisse, per così dire, “meno illuminato” ed altri pezzi di fotone andassero indisturbati da altre parti. Ma il fotone è una particella indivisibile e con una spiegazione del genere le cose non tornerebbero.

Facciamo però un esperimento comprensibile: prendiamo un astronauta e mettiamolo nello spazio. Ammettiamo che l’astronauta accenda, sulla propria testa, una particolare torcia elettrica omnidirezionale capace di emettere un solo fotone. Se noi poniamo un secondo astronauta a qualche decina di metri dal primo, scopriremo che, una volta partito il fotone, esso si espanderà fino a che il bordo dell’onda non colpirà il secondo astronauta, il quale s’illuminerà registrando l’arrivo del fotone. Un terzo astronauta, più lontano del secondo, non verrà illuminato quasi mai. Già quasi mai: non... mai! Ogni tanto è l’astronauta più lontano ad essere illuminato dal fotone; ma questo sarebbe impossibile se la struttura del fotone fosse quella di una sfera in espansione, perché essa dovrebbe colpire (scomparendo) sempre il secondo astronauta e MAI il terzo. Ma in termini probabilistici si dice che ciò, a volte, può accadere.

Se, invece, chiudiamo dei fotoni in una scatola da cui essi non possono uscire (si dice “una scatola a potenziale infinito”) e cominciamo a diminuire la grandezza della scatola, avvicinandone tra di loro le pareti, i fotoni aumentano la loro frequenza vibratoria; se avviciniamo ancora le pareti della scatola, scopriamo che i fotoni escono da essa passando da... non si sa dove e in questo passaggio superano la velocità della luce. Ma come? Non si dice che la velocità della luce non si può superare e poi, anche questa volta... ma da dove sono passati questi fotoni?

Ma torniamo al fascio di fotoni che passano attraverso due fori praticati in una parete e finiscono su di uno schermo retrostante che ne segnala la presenza.
In questo caso la figura di interferenza viene ottenuta anche se passa un solo fotone. Come dire che mezzo fotone passerebbe da una parte e mezzo dall’altra, ma non come mezzo fotone, bensì come mezza probabilità che il fotone passi da entrambi i fori. Il tutto si complica ulteriormente se un osservatore si mette con l’occhio dietro uno dei due fori e guarda cosa accade del fotone che sta per essere sparato nella sua direzione. In quel caso non ci saranno più le figure di interferenza, ma il fotone, questa volta, come un unico proiettile, colpirà solo ed esclusivamente l’occhio dell’osservatore, passando “tutto” solo da uno dei due varchi, quello dietro al quale è posto l’osservatore.

Come l’osservatore sceglie di cambiare posizione e si mette dietro al secondo foro, il fotone lo colpisce ancora inesorabilmente, come se sapesse sempre dove si è ficcato l’osservatore. Secondo un’osservazione banale, per la fisica durante la notte ci dovrebbe essere luce quasi come giorno: questo perché ci sono infinite stelle e, anche se ognuna emettesse un solo fotone diretto verso la Terra, ci sarebbero infiniti fotoni a colpire il nostro pianeta, pertanto dovrebbe esserci luce quasi come di giorno.

Questo strano fenomeno, che viene identificato come “il paradosso di Olbers” (Maurizio Busso, in Dalle stelle agli atomi, Ed. Il Castello volume 6, 1989, Milano) fu spiegato da questo scienziato ipotizzando che l’Universo fosse in espansione. Se l’Universo è in espansione i fotoni che colpiscono la Terra non sono più infiniti e sono tanti di meno quanto più la velocità di espansione si avvicina a quella della luce. Basti pensare che, se l’Universo fosse in espansione ed alcuni oggetti in esso contenuti fossero in allontanamento da noi alla velocità della luce, i fotoni emessi da questi oggetti verrebbero sì verso di noi alla velocità della luce, ma si allontanerebbero pure da noi alla stessa velocità, quindi non ci colpirebbero mai, perché per noi starebbero sempre fermi.

Sebbene la cosa sia accettata da tutti e sebbene sembri che l’Universo si espanda, nulla di certo si conosce sulla sua velocità di espansione, poiché la costante di Hubble - che ne rappresenta il valore - sembra caratterizzata da un errore del cinquanta per cento. (Paul Wesson, "Olbers paradox and the spectral intensity of the extragalactic background light", The Astrophysical Journal 367, pp. 399-406, 1991) (Freedman et al., "Final Results from the Hubble Space Telescope Key Project to Measure the Hubble Constant", The Astrophysical Journal, Volume 553, Issue 1, pp. 47-72).

 

Interazioni con la coscienza

Tutte le stranezze che abbiamo elencato potrebbero trovare una facile spiegazione se solo si prendesse in considerazione l’Universo olografico composto da una parte virtuale e da un asse reale della coscienza. Infatti bisogna dire che i fotoni, qualsiasi cosa facciano, sia che si comportino da onde sia da proiettili (particelle), quando colpiscono qualcosa non possono più colpire nient’altro, a meno che non rimbalzino su di uno specchio. Partendo da questa osservazione, bisogna aggiungere che il fotone, in tutti gli esperimenti citati, sembra che sia sempre rivelato da un apparato misuratore, ma non è proprio così. Si potrebbe infatti immaginare che il fotone interagisca solo con ciò che ha coscienza e non con ciò che è totalmente virtuale. Il rilevamento, pertanto, non sarebbe fatto da una macchina, bensì da un operatore, che rivelerebbe il fotone per mezzo di una macchina.

In altre parole il fotone sarebbe rilevato da chi sta dietro la macchina e non dalla macchina stessa; così, se dietro la macchina non ci fosse nessuno, non ci sarebbe nessuna rivelazione. In realtà questo non è affatto folle come sembra. Qualcuno potrebbe obiettare che io potrei portare sulla Luna un registratore di fotoni, farlo lavorare senza di me per vent’anni e poi andare a verificare, notando che esso ha registrato il passaggio di fotoni anche in mia assenza. Non è così. Non esistendo, nell’Universo olografico, né tempo né spazio, nell’istante in cui vado a verificare cos’ha fatto la strumentazione incustodita, scopro che ha registrato quello che doveva registrare, perché non sono passati vent’anni, ma io ho creduto che passassero vent’anni. Io non mi sono spostato da nessuna parte, ma ho creduto di vivere vent’anni da un’altra parte.

Nell’Universo olografico c’è solo un punto in cui esiste tutto lo spazio e tutto il tempo. Follia?

Analizziamo gli altri esperimenti da questo punto di vista. Quando un unico fotone passa attraverso la barriera con i due fori ed io non sono presente, non esiste interazione e, se non vado mai a fare la misura, non potrò mai scoprire alcun fotone rivelato, ma se un giorno vado a verificare, scopro che, non essendo io stato colpito dal fotone personalmente, il fotone è passato dappertutto, o meglio, lo vedo come se fosse passato dappertutto. Siccome eseguo le misure contemporaneamente sia dietro il primo sia dietro il secondo varco, trovo che il fotone è passato dietro il primo e dietro il secondo varco perché la mia coscienza è metà dietro il primo e metà dietro il secondo varco, ma quando io mi metto fisicamente dietro uno dei due varchi, la mia coscienza sarà “illuminata dal fotone” che quindi, una volta rilevato da me, si estinguerà.

Nell’esperimento dei tre astronauti il fotone illumina sempre la coscienza dell’astronauta più vicino e si estingue, non illuminando il terzo astronauta, tranne quando, per un attimo, la coscienza del secondo astronauta è, per così dire, assente. Il fotone non è un’onda e nemmeno un proiettile, ma un’informazione che viene letta dalla coscienza più vicina nella parte virtuale della realtà. Più vicina nello spazio-tempo, non più vicina nello spazio, ovviamente.

Nell’esperimento dell’effetto Casimir non si può essere coscienti della presenza di fotoni in un luogo (la scatola) così stretto da non poter contenere fotoni e così si vedranno gli stessi fotoni fuori dalla scatola. I fotoni non sono usciti dalla scatola, perché sono sempre contemporaneamente dentro e fuori, ma ne siamo coscienti in modo differente. Quando si sa che sono nella scatola, si vedono nella scatola, ma quando si sa che non possono che essere fuori, si vedono, ovviamente, fuori. Il cielo è buio di notte poiché la maggior parte dei fotoni, prima di arrivare sulla Terra, ha interagito con molte altre coscienze e molti di essi si sono così estinti.

La quantizzazione della coscienza

Ma cosa accade quando un fotone esce dalla scatola? Perché non si ha coscienza del “passaggio” e perché non si ha coscienza di quello di un elettrone da un orbitale ad un altro di uno stesso elemento? Perché il prima ed il dopo, dice la fisica quantistica, costituiscono due stati quantici e fra l’uno e l’altro il tempo non si può calcolare (almeno secondo Schrödinger). La fisica quantistica è forse quella che si è avvicinata di più alla realtà delle cose, infatti tra un tempo e l’altro essa dice che non c’è niente o, se ci fosse qualcosa, noi non lo potremmo sapere.

La quantistica nasce come scienza per far calcoli a tempo zero, cioè senza il tempo. “Si direbbe che i tentativi di introdurre il tempo nelle equazioni matematiche sia proibitivo.” (Dirac). Ma forse questo sbarramento è dovuto proprio al fatto che il tempo non esiste? Sembra che ancora nessuno dei fisici quantistici abbia pensato ad analizzare il problema da questo punto di vista. Si preferisce dire che i sistemi matematici utilizzati o le apparecchiature usate non sono all’altezza della situazione ed alla fine si conclude che il tempo esiste, ma non si può calcolare tra uno stato energetico e l’altro di questi microsistemi.

Con il passare degli anni si è cominciato a credere che anche il tempo, oltre all’energia, potesse essere quantizzato e, di conseguenza, che anche lo spazio avrebbe dovuto esserlo. Ma se questo è vero, vuol dire che la manifestazione fisica è quantizzata, o meglio che la virtualità dello spazio, del tempo e dell’energia lo è, e lo è per un semplice motivo: è stata creata quanticamente. La creazione sarebbe avvenuta non con un atto continuo, ma con tanti microatti: a gocce! Ma atti eseguiti in un unico passo.

Cosa vuol dire? Che le parti che costituiscono l’essere umano ed i suoi singoli componenti sono quantizzati. Anima dunque, essendo composta di coscienza, spazio ed energia, è quantizzata, ovvero ha coscienza di sé a tratti. Anche se non si può ancora dire nulla sulla quantizzazione della coscienza, l’esperimento dei tre astronauti fa pensare che forse anche la coscienza è quantizzata. Infatti, quando - raramente - il secondo astronauta non viene illuminato dall’unico fotone esistente, ma viene invece illuminato il terzo astronauta, spaziotemporalmente più lontano dalla fonte dei fotoni, si può pensare che il fotone abbia interagito con il secondo astronauta in un istante quantico in cui egli non aveva coscienza di sé e sia passato oltre, fino ad interagire con il successivo ostacolo cosciente.

 

 

 

 

 

 

 

 

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